21.8.17

Una vita normale


Avevo ricevuto la telefonata che aspettavo. Dopo dieci anni fuori dal paese, Antonio “Il Diamante” Garzón avrebbe fatto un unico concerto a stadio pieno e io sarei stato il solo giornalista ad avere l’onore d’intervistarlo nel suo camerino prima di andare in scena. Il suo manager mi disse che mi avrebbe inviato per mail i dettagli e le condizioni dell’incontro. Di colpo diventai il più invidiato dai miei colleghi e il preferito del capo.

Non era un buon periodo per la rivista nella quale lavoravo e la dirigenza sperava che l’esclusiva con Il Diamante avrebbe significato un recupero nelle vendite. Una delle condizioni era che io avrei dovuto essere l’unico presente durante la permanenza perciò, nella settimana anteriore, dovetti arrivare prima in ufficio per frequentare un corso lampo di fotografia. Quella stessa settimana la passai leggendo articoli e vedendo video di Garzón. Non volevo ripetere domande che già gli avevano fatto, ma riuscire a farmi dare qualche aneddoto inedito o confessione, una frase polemica di quelle che vanno direttamente in copertina. Il tipo era un fenomeno della musica romantica e in vent’anni di carriera artistica aveva ricevuto tutti i premi più importanti, cantato per presidenti e recitato in film. Nonostante io sembrassi più vecchio, avevamo quasi la stessa età, con la gran differenza che i miei vent’anni di carriera io li avevo passati indebitato e scrivendo articoli di scarso interesse per la stessa casa editrice. I migliori successi per me erano stati i miei tre figli, il mio matrimonio e un premio giornalistico per l’indagine politica che provocó la sostituzione di un paio di ministri nel governo precedente. Mai ero stato in Australia o avevo passato un’estate in Tailandia, e men che meno sedotto modelle polacche quindici anni più giovani di me, cose che certamente aveva fatto molte volte Garzón.

Quando arrivò il giorno dell’intervista, mi presentai tre ore prima allo stadio indossando una camicia nuova per la quale mi costò pagare fin troppo, ma pensai che ne sarebbe valsa la pena in caso fossi riuscito a fare una foto con il famoso personaggio. Se fossi apparso nella pagina principale della rivista avrei potuto anche tirarmela con gli amici. L’unico problema era che non sapevo chi avrebbe potuto scattarci quella foto. Il camerino si trovava in una delle tribune dove avevano montato la scenografia e si potevano sentire le urla della gente che stava arrivando. Quando mancava ormai solo un’ora all’inizio del concerto, uno degli incaricati mi disse che Il Diamante stava per arrivare e che aveva venti minuti cronometrati per realizzare l’intervista. Riguardai il mio quadernino degli appunti, disegnai segni inutili e orribili scarabocchi di animaletti sui bordi dei fogli. Quando fece la sua apparizione Antonio Garzón, mi abbracciò come un vecchio conoscente e mi chiese il mio nome, dicendomi che da lì in poi avrei dovuto chiamarlo solo "Tony" e se avessi il piacere di bere un po’ di whisky. Era più alto di quello che pensassi e il suo vestito esageratamente elegante faceva impallidire la mia camicia che tanto mi era costata. Si muoveva tranquillamente per la stanza come se la conoscesse da sempre. Nel frattempo io lo seguivo con lo sguardo, domandandomi come e quando iniziare perché i minuti intanto passavano. Finalmente Tony si lasciò cadere sul divano e propose un brindisi al suo ritorno nel paese. Iniziò chiedendomi com’era la mia professione e per non annoiarlo gli raccontai alcuni episodi curiosi della quotidianità. “Oggi ho avuto una giornata teribile”, m’interruppe all’improvviso. Gli risposi immediatamente confessandogli che anche per me lo era, che la pressione per l’intervista era molto forte e che ero preoccupato. Mi domandò se avessi una famiglia, io cercai nel mio cellulare una delle foto del mio compleanno. “Sei fortunato. A me nessuno mi capisce quando sono preoccupato”. “Ma hai un sacco di soldi in banca!”, gli dissi cercando di tiragli su il morale. Lui proseguì: “Ho solo due opzioni, scappare o sorridere per le foto, a volte firmare un autografo. Poi se ne vanno senza dire una parola in più perchè hanno già ottenuto quello che volevano. Tutto ciò che devo fare è continuare a cantare e sorridere. Così funziona qui! Ci devi essere dentro per capirlo”. Il mio istinto da giornalista mi fece chiedergli se si fidava di qualcuno. “Mi fido solo dei miei genitori. È triste quando arrivi alla conclusione che quasi tutte le persone hanno un prezzo”. Mi versò dell’altro whisky e mi disse in tono complice: “Ora hai la tua frase da copertina”.

Quando tirai fuori la macchina fotografica non fece una piega, rimase seduto guardando il quadernino che alla fine non avevo neppure aperto. Arrivò l’assistente per dirmi che il mio tempo era finito e Il Diamante si alzò velocemente con l’espressione del volto completamente cambiata. Mi porse la mano sorridendo e facendomi l’occhiolino mi disse di godermi il concerto. Uscii dallo stadio di buona lena e spensi il cellulare, immaginando che mi avrebbero chiamato dall’ufficio. L’unica cosa che volevo era tornare a casa dalla mia famiglia.

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