15.10.14

Il Pirata


Povero e disgraziato da quando iniziò a muovere i primi passi, nel quartiere lo avevano visto crescere come una di quelle piante selvatiche che nessuno annaffia, ma che contro ogni pronostico riescono a sopravvivere. Era stato adottato dalla strada che gli regalava pane secco e frutta rubata al mercatino, dal quale scappava con i suoi piedi agili e scattanti. Non sapeva quasi nulla né di suo padre, né dei suoi fratelli; qualcuno gli aveva raccontato che erano mancati in un incidente, altri invece gli avevano detto che erano partiti per andare a lavorare in una piantagione di caffè in Costa Rica. Nessuno però gli disse mai perché lo avevano abbandonato, tantomeno lui lo chiese. Lo chiamavano il Pirata perché da piccolo lo colpì una pietra nell’occhio in una delle tante zuffe tra bande delle zone più povere de La Victoria, dove un pezzo di terra si protegge anche con la vita. Questa ferita l’obbligò a portare per mesi una benda sporca per coprire l’occhio sinistro che non sarebbe mai guarito del tutto.

Il Pirata trascorreva i suoi giorni sul campo da calcetto, scommettendo due soles a partita, che poi spendeva in una bottiglia di grappa casereccia preparata dalla gente del vicinato, gente fidata, gente di su cui poteva contare. Come la zia Panchita che lo aspettava a casa sua tutti i giorni a mezzogiorno con un piatto caldo di zuppa di pollo e verdure. La notte la passava sognando sui tetti delle case popolari o nel garage di Paolo il meccanico, un vecchio dal sorriso facile che si vantava di aver costruito con le sue mani la sua casa e la sua attività – impresa per la quale ci vollero ben ventitré anni. Con il tempo, il gruppo di ragazzi che erano cresciuti insieme al Pirata si ridusse fino a che rimase praticamente solo lui. La maggior parte di loro, come di solito accade in quegli ambienti, misero su famiglia molto giovani e cominciarono a lavorare per sbarcare il lunario. Il resto si trasferì in altre zona della città alla ricerca di un futuro migliore, o, almeno, di un futuro.

Quando morì zia Panchita, soffrì e pianse come si soffre e si piange una madre. La dura vita che già conosceva divenne ancora più dura e la fame si soffriva dal lunedì alla domenica. Decise quindi di sostituire il pane secco e la frutta del mercatino con gli specchietti delle auto e i cellulari che rubava e vendeva nel quartiere di La Cachina. Le cattive abitudini possono trasformarsi in vizi. Così il Pirata divenne un frequentatore abituale del commissariato. I poliziotti però, non potendo metterlo in carcere per reati minori, non avevano altra scelta che lasciarlo andare: “Comportati bene Pirata che prima o poi ci lasci le penne”. Era un martedì pomeriggio quando, mentre stava forzando lo specchietto laterale di un’auto, si rese conto che l’antifurto non era stato inserito. Si guardò intorno e tirò verso di sé la portiera dal lato del conducente che, aprendosi, sembrava invitarlo a salire. Offuscato dalla combinazione di adrenalina e grappa, non si era accorto che la lancetta della benzina era sul rosso. L’inseguimento non fu neppure paragonabile a quella di un film poliziesco, fu anzi quasi tragicomico, con l’auto che si spense e il Pirata costretto a scusarsi mentre lo trascinavano dietro le sbarre.

La prigione per reati di primo livello di Lima non era poi così male. A parte qualche scazzottata di routine, non mancava un tetto sopra la testa e cibo con il quale, per la prima volta, poteva riempirsi la pancia tutti i giorni. Già dopo qualche settimana i suoi compagni si erano resi conto del suo talento con il pallone e lo nominarono difensore della squadra del suo reparto con la quale vinse il campionato interno. “Il Pirata non ha paura, ci va giù di brutto” dicevano per descrivere il suo gioco. Proprio un anno dopo quello sfortunato martedì pomeriggio, un poliziotto gli chiese di accompagnarlo in un altro padiglione. “Non ha il tuo stesso cognome però ti assomiglia come una goccia d’acqua, amico”, gli disse. Sicuramente il poliziotto non sapeva che il primo documento identificativo il Pirata lo ricevette proprio in quella prigione e il cognome l’aveva ereditato dalla Zia Panchita, con la quale non aveva nessun legame di sangue. Un vecchio si girò sentendo il fischio di richiamo. Ciò che successe dopo, lo raccontò quella sera stessa il vigilante commosso a sua moglie; le disse che vide correre un bambino fraglie, dai piedi scalzi e agili, spaventato, ma con uno sguardo scaltro da far pensare che sarebbe potuto scappare via da un momento all’altro con due panini rubati in mano.


Eduardo Ramon

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