8.10.14

Atomico


A venti anni si rese conto che chiamarsi Massimiliano Buongiorno sarebbe stato il primo impedimento per diventare un supereroe. Sapeva che un nome di battesimo come il suo era destinato all’oblio, sarebbe stato buono solo per passare inosservato tra la moltitudine, paragonabile a un qualsiasi Tal Dei Tali. Una sera, vedendo un documentario in televisione, sentì per la prima volta il termine “atomico” e, sebbene non ne intese il senso, fu come un’illuminazione, una sensazione che lo folgorò; seppe allora che chiamandosi così avrebbe raggiunto l’immortalità.

Tutti lo conoscevano nel quartiere, era normale incontrarlo a prima mattina mentre trafficava con avidità tra i bidoni della spazzatura prima che arrivasse il camion per la raccolta dei rifiuti. Per Atomico ogni contenitore era unico, trovava cose sorprendenti e a volte ripugnanti. Prendeva ciò che più gli piaceva, si costruiva uniformi di sacchetti di plastica neri, stivali di cartone ed elmetti di alluminio. Passava interi pomeriggi a realizzare le sue armature e a stabilire piani di azione per sconfiggere i suoi nemici come la polizia municipale, gli spazzini, i cani randagi. Il suo spirito avventuriero lo portava ogni volta verso nuovi territori. Nella notte disegnava percorsi sulla mappa della città che aveva appeso alla parete della sua cameretta e alla mattina, dopo aver fatto colazione, usciva per andare a controllare tutti i bidoni che marchiava con la sua sigla utilizzando un pennarello blu - segni inconfondibili che delineavano il suo impero.

Quando intraprendeva nuove conquiste non era insolito che venisse colto sul fatto dai residenti e che arrivasse la polizia a chiedergli – o meglio, a chiedersi – che diavolo combinasse con tutta quella porcheria addosso. Tuttavia lui era sempre pronto, preparato di tutto punto con il suo mantello rosso di tulle, i suoi stivali di cartone e il suo elmetto di alluminio. Generalmente gli incontri erano pacifici però in più di un’occasione finiva in commissariato per aver lanciato bottiglie di vetro contro le autorità. Loro non potevano capire, faceva parte del procedura, erano necessarie varie battaglie per poter arrivare alla vittoria finale. Con il passare del tempo i vicini si arrendevano e si rassegnavano a salutarlo da lontano quando lo vedevano intento nei suoi traffici quotidiani. Lui sorrideva e ricambiava il saluto con solennità per accontentare i suoi devoti sudditi.

Ma non erano tutte rose e fiori per il nostro eroe; il calar della notte significava per lui dover tornare a casa per sorbirsi gli incomprensibili discorsi e i richiami della sua anziana madre, la quale, senza mostrar alcun segno di rimorso, rompeva e buttava via le sue armature e le sue attrezzature di guerra. Lui quindi si chiudeva nella sua stanza ed asciugava le sue lacrime in silenzio, consolandosi con l’idea che il giorno dopo avrebbe assaporato le caramelle al limone che gli regalava sempre la signora della bottega dove comprava il pane. Era stata proprio questa signora a ispirare la sua missione: poter raccogliere tutti i giochi recuperati e una volta aggiustati regalarli a tutti i bambini del suo regno, forse così non li avrebbe più visti piangere per la strada, e lo avrebbero amato. Sarebbe finalmente stato Atomico, il supereroe generoso. Erano questi i pensieri che lo emozionavano a tal punto che a volte passava quasi tutta la notte guardando il suo orologio, aspettando che facesse luce per lanciarsi in una nuova avventura.

Nonostante conoscesse perfettamente il suo territorio, c’era qualcosa per quelle strade che lo metteva così tanto a disagio da farlo quasi spaventare: i contenitori per la raccolta di vestiti e scarpe usate. Erano come mostri gialli e metallici, tre volte più grandi degli inoffensivi bidoni che gestiva con destrezza; si trovavano per la maggior parte nei parchi ed erano in coppia per essere ancora più temibili. Le loro fauci ingoiavano insaziabilmente chili e chili di pantaloni, magliette e scarpe con i quali le persone li alimentavano. Sapeva che dar segno di tanta debolezza avrebbe minato la sua reputazione e decise quindi che non avrebbe fatto passare un altro inverno senza affrontarli. Partì una mattina con una delle sue migliori armature - scudo in cartone di pizza incluso - deciso a mettere fine una volta per tutte alla questione. Si avvicinò con aria vigile e dopo aver lanciato il suo mantello di tulle al suolo, con un grido epico si lanciò direttamente nella bocca del mostro che lo ingoiò in un sol boccone. Dentro il ventre del mostro era freddo e scuro. Accese la sua torcia e si guardò attorno. Non riusciva a ricordare l’ultima volta che era stato così felice in tutta la sua vita.


Eduardo Ramón

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