26.9.14

La tedesca


Keep the change – disse la tedesca sorridendo in un perfetto inglese e facendo scivolare verso il bordo del tavolo i trentatré soles che Marco le aveva appena dato. Avrebbe potuto essere il giorno peggiore della settimana: per la seconda volta era stato bocciato all’esame di Economia, aveva litigato con Giuliana davanti alle sue amiche e, di conseguenza, aveva fatto tardi al bar, motivo per cui gli avrebbero trattenuto la paga di un’ora dal suo stipendio bisettimanale. Tuttavia quelle tre banconote, quelle tre monete e il sorriso della giovane nordica gli apparivano come una dolce carezza sulla spalla in grado di convincerlo che, in fondo, le cose sarebbero andate per il verso giusto.

Marco si affrettò a ringraziare e si allontanò a passo sciolto verso il bancone del bar, pronto a scommettere che la ragazza gli stesse sfacciatamente guardando il culo mentre camminava. “Ti sta mangiando con gli occhi”, disse ridendo il barman senza perdere di vista le bottiglie che aveva appena lanciato in aria - per la gioia di due giovani cinesine leziosette e già piuttosto allegre dopo il secondo Pisco Sour. Il bar di Miraflores era diventato tappa notturna obbligatoria per i turisti e ogni notte era teatro di una nuova storia. Nonostante Marco lavorasse lì da poco più di un mese, si era già fatto dei clienti abituali, quasi tutti manager o soci di impresa che lavoravano in zona, e aveva già imparato le tattiche migliori per ottenere delle buone mance oltre che a bere in cucina ciò che rimaneva delle bottiglie di vino e champagne, alle spalle del responsabile.

Tornò al tavolo della bionda e le offrì un Pisco Sour al frutto della passione. “You don’t pay for this” le disse, cercando inutilmente di farsi venire in mente qualcosa di meglio. Lei lo guardò con dolcezza cogliendo all’istante la gentilezza del gesto e ringraziandolo con un altro sorriso malizioso, uno di quelli che già lo avevano fatto sognare quella sera. Forse erano i suoi movimenti, o quelle lunghissime gambe accavallate o semplicemente i due bicchieri di vino bianco che aveva appena bevuto nella cucina. Trentatré soles erano una buona mancia, avrebbe potuto chiedere a un collega di sostituirlo e continuare a servire la tedesca al posto suo, non era affatto difficile scappare da quella situazione. Sapeva bene che era un gioco pericoloso, ma l’adrenalina che gli pulsava nelle vene bloccava qualsiasi tipo di rimorso.

“Amor mio, farò tardi questa sera, non mi aspettare sveglia”. Si sentiva una mezza merda per aver mentito a Giuliana. Mezza perché in effetti non era lui a parlare, ma quello che aveva tra le gambe. Sistemata la questione, sarebbe tornato a quell’amore che aveva messo da parte solo per una notte. “Non ti preoccupare Amore, sono ancora da mia sorella” – rispose tranquilla Giuliana senza il benché minimo sospetto che Marco stava per farla diventare una giovane e bella cornuta.

La tedesca era pronta, lo aveva manifestato più di una volta con il linguaggio del corpo. I turisti e i clienti abituali stavano a poco a poco abbandonando il locale mentre si avvicinava l’ora di chiusura; Marco non riusciva a credere di aver avuto così tanta fortuna - e solo per aver servito qualche cocktail e aver spiaccicato due o tre frasi in un inglese stentato. Il fascino di un uomo può essere imprevedibile, pensò tra sé e sé. Quando arrivò il momento di uscire, la bionda era già sul sedile posteriore di un taxi nero, che sembrava averla aspettata fuori dal locale per tutta la sera. Appena mise piede sul taxi venne sorpreso da un bacio intenso che gli fece tremare i pantaloni. Chiese al taxista di portarli a un hotel discreto che conosceva; nel cammino i due nuovi amanti si esplorarono ansiosi, pronti per una notte tanto selvaggia quanto memorabile. La testa gli girava, si sentiva un adolescente alla sua prima esperienza, a momenti non sapeva neppure come toccarla, le strizzava forte i seni, lei gemeva quasi lamentandosi, ma poi riprendeva immediatamente da dove aveva lasciato. Sembra che i tedeschi mantengano la disciplina anche quando cagano.

Arrivati all’hotel tirò fuori la sua nuova carta di credito pensando a quanto sarebbe stato divertente ricordare in che occasione l’aveva inaugurata. Con in mano la chiave della stanza 403, corsero per andare a prendere l’ascensore. Lei si era tolta le scarpe e le teneva in mano, in questo modo erano della stessa altezza e potevano abbracciarsi propriamente. Conto alla rovescia, finalmente l’ascensore arriva. Le porte si aprono ed esce una ragazza giovane e bella con i capelli scuri, umidi e brillanti. Gli sguardi si incrociano, il tempo si ferma i cuori smettono di battere per un istante prima di spezzarsi nella crudele e silenziosa sincronia. E’ Giuliana: testa bassa, cammina verso l’uscita accompagnata da un tipo ben piazzato e alquanto vecchio che arresta lo sguardo lascivo sulla tedesca per un attimo. Le porte dell’ascensore si chiudono. Due, tre, quattro piani passano lentamente, nel vuoto. Marco guardò la tedesca, sempre sorridente, e le rispose con una smorfia cercando di imitarla. Le parole erano di troppo, eppure gli affollavano la testa senza filo logico. Ma era inutile parlare; lei non avrebbe capito.


Eduardo Ramón

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